Villa Sunshine

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Un ritratto tra l’ironico e l’amaro degli Anni Ottanta
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E’ un romanzo al di fuori dei generi e/o delle parodie dei generi. ‘Villa Sunshine’, ovvero la multiplicità di elementi. C’è l’alieno o presunto tale che forse è in realtà “solo” un angelo caduto dal cielo; ci sono la musica progressiva e il pop più becero, un romantico medicus, un architetto visionario, un politicastro accusato di corruzione, una donna che aspetta invano il ritorno di colui che mai fu il suo legittimo sposo, le droghe… E la casa. Questa casa pomposamente ribattezzata “villa” che è l’allegoria stessa del decennio in cui è ambientata la vicenda: gli assurdi, maledetti, teneramente futuristici ‘Eighties’, quando i reality show non erano ancora stati inventati, i telefonini e i computer non erano ancora merce di massa e la ricerca genetica era limitata a rozzi esperimenti su cavie da laboratorio.

Chi è l’uomo - anzi: l’essere - che afferma di chiamarsi Pilleschi Venceslao? Un angelo che ha perduto le ali? Un… extraterrestre? Lui non ha nessun documento con sé e il suo nome non risulta da nessuna parte: in nessun atto, in nessun certificato dell’anagrafe. Di sicuro c’è questo: qualcosa non quadra assolutamente col candido sconosciuto che, in un fulgido giorno d’estate, è apparso di colpo nella vita di Hermann Schmidt, di cui diventa amico e al quale ruberà il grande amore della vita.

Attraverso immagini metaforiche trasposte senza alcuna retorica, il romanzo vuole essere l’anamorfosi di un’Italia che riesce a mantenere la sua bellezza, la sua unicità, nonostante ogni turpitudine etica e sociale. È anche un romanzo “d’arte”, nel senso che, oltre che di architettura, vi si parla (attraverso le bocche dei vari personaggi) di musica, pittura e perfino di misteri archeologici.

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